A me quella del Pigneto è una storia che non aveva convinto fin dall’inizio.
Ecco perché sabato mi ero precipitato a fare lo screenshot della HP di Repubblica prima che togliessero la scritta: sapevo che sarebbe tornato utile per un post come questo.
In realtà, viste le modalità ed il racconto, pensavo si trattasse più di una cosa creata ad arte dai centri sociali (succede succede) che quello che poi era.
Questo non vuol dire che i neonazisti non esistano: altroché se esistono, ma di solito escono la notte come i sorci per andare a disegnare svastiche un po’ dappertutto.
Di solito poi le scazzottate le fanno con quelli dei centri sociali.
Nel corso degli anni ci sono stati un paio di episodi simili a quelli del Pigneto (anche qui vicino), ma il motivo era sempre il maledetto bar che vende droga e attorno a cui si radunano tante brutte facce: alcune brutte per i lavori pesanti, altre brutte per i lavori “sporchi”.
Ma roba come quella del Pigneto…
A Roma il problema neonazista esiste come esiste quello dei centri sociali: ragazzini che considerano il fascismo come una trasgressione. E quindi si riempiono di simboli di cui nemmeno conoscono il significato. E’ un problema che andrebbe affrontato seriamente, ma con la scuola che cade a pezzi, chiedere ai professori di monitorare e riferire ai genitori quanto vedono o sentono, pare un’utopia.
Ma il racconto di “Ernesto”, scovato proprio dal giornalista di Repubblica Carlo Bonini, è una pagina troppo importante per mischiarla adesso con le vite di ragazzini idioti, maleducati e stronzi.
Vi assicuro che leggendo l’articolo ho avuto come l’impressione che nessuno scrittore avrebbe saputo inventare una cosa del genere.
La cosa che mi ha colpito di più è che sembra di vedere l’appendice di un film di Aldo Fabrizi e di Anna Magnani con scritto “ma 50 anni dopo…”.
La malinconia per quella Roma “che prima non era così”.
So che la vicenda è drammatica, so che molti non capiranno e che alcuni fraintenderanno pensando che è un “avallo” all’azione di Ernesto, ma…
Quanta malinconia e quanto lavoro per Alemanno.
Altro che le strade ad Almirante e a Berlinguer.
Alemanno prenda la pagina di Repubblica con il racconto di Ernesto, la faccia incorniciare e la metta nel suo ufficio.
Nessuno vuole vivere in un film in bianco e nero, ma nemmeno è tollerabile vivere in questa maniera.
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22 Responses to “La vera storia del raid neonazista”
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Fammi capire Cachorro: tu subisci per 10 anni le cose peggiori.
Poi un giorno ti rompi il caxxxo, ti salta la brocca e reagisci. Ovviamente diventi tu stesso un criminale e su questo non ci sono dubbi.
Ma porca miseria, ci sarà una differenza fra chi sbrocca contro chi gli fa un torto per 10 anni eppoi quando torna in sé si va a costituire dicendo che ha sbagliato e quelli che dei centri sociali che per anni e anni si rendono partecipi di assalti di gruppo, violenze e compagnia e si dotano di una rete di protezione pazzesca?
La sinistra sta con i no-global o con Ernesto?
“Come tu possa parlare di “criminalità” davvero no nlo so: a parte Ernesto, gli altri non mi sembra siano stati in galera o siano delinquenti o facciano parte di bande cirminali che scippano, stuprano, uccidono, vendono droga?”
Non so, quando uno si copre il volto, prende delle mazze e comincia a sfasciare vetrine il termine “criminale” mi passa per la testa (passerebbe anche a te, se le vetrine le sfasciassero per protestare contro un G8).
Evidentemente erano “pischelli” del giro di “Ernesto”.